Consigli

L’ultima stagione
D. Robertson
Nutrimenti

Due livelli di narrazione: il romanziere che ci racconta cosa sta accadendo, e il protagonista che ci racconta cosa è accaduto, che ci racconta momenti della sua vita.

Due stili differenti: quello contemporaneo e quello di un ultrasettantenne di ottima cultura e ottima educazione, che pensa, parla e scrive con una sensibilità diversa dalla nostra.

Due livelli che dopo un po’ non si distinguono più perché si entra talmente nella vita e nella testa dei personaggi, e questo comporta così tante considerazioni da parte del lettore, che non ci si accorge di passare da un piano all’altro

Come mi ha scritto una lettrice e cliente, un libro che parla alla testa. Un libro con un finale meraviglioso.

Quello che ho apprezzato in assoluto è stato il piacere di tornare alla lettura lenta. Ma attenzione: non è lo svolgersi degli avvenimenti ad essere lento. Semplicemente si tratta di un romanzo a cui puoi dedicare anche cinque ore al giorno, ma ogni frase è lì che aspetta di depositarsi nella coscienza.

Un romanzo fatto di tre storie accadute in vent’anni. E se il protagonista nella prima era un universitario trovatosi in una situazione a dir poco complicata, ora è un uomo maturo e un maturo artista. Nel mezzo….c’è altro.Non è un romanzo che parla di pittura, ma è una storia in cui c’è tanto colore, ed è proprio il colore a dare le connotazioni ai passaggi più intensi. E’ il colore visto da un pittore, descritto da un pittore, con una sensibilità diversa anche nel cogliere gli avvenimenti e i ricordi.

Una storia che tutti possono apprezzare ma che parlerà con una voce un pochino differente a chi ha la stessa sensibilità (che sia un artista oppure no).

Quanto blu, P. Everett – La nave di Teseo

Da quando questo romanzo è uscito in Italia ho sempre letto che si tratta di un romanzo di formazione.

E’ qualche cosa di più. Un romanzo di formazione era il primo libro di Doig pubblicato in Italia, “Il racconto del barista”.

Questo è UNA FAVOLA DI FORMAZIONE. E come in una favola c’è magia, c’è sorriso, lacrime e commozione. Ci sono i personaggi propri del genere, la fata madrina e la strega cattiva (con un carattere paurosamente simile alla Medusa de “Le avventure di Bianca e Bernie”.

Soprattutto c’è l’America, il sogno del West ancora negli anni ’50, gli hobo di Steinbeck. E se Donal (senza “d” finale) è il protagonista bambino del romanzo, lo stupore del sogno e di questa meraviglia è affidato all’attempato Herman, cresciuto da tutt’altra parte del mondo con la visione romantica di indiani e cowboys che avevamo noi quando da bambini restavamo alzati per vedere i film di John Ford. Io, come forse avrete notato, non spoilero nulla della trama. Se vi fidate però fate bene.

L’ultima corriera per la saggezza, I. Doig – Nutrimenti

Un romanzo tanto bello quanto disturbante, ed è bene dirlo subito.

All’inizio pensieri e volontà che, per quanto illegali, comprendiamo e in qualche caso emotivamente condividiamo. A mano a mano che la storia prosegue e i personaggi passano da pensieri e desideri all’azione, si ridisegnano gli esseri umani, che partendo da una volontà quasi epica finiscono per essere vinti dall’umana meschinità. Sono personaggi che sembrano voler lottare per riscattare le proprie vite ma che in realtà si arrendono quasi senza combattere ad una mentalità piccola che non è solo quella dell’ambiente in cui vivono, ma è propria dell’essere umano. I dubbi di Amleto, che lo portano a perdere tempo e tergiversare, giustificando questa mancanza di azione e decisione, qui sono trasportati nella Brooklyn dei nostri giorni.

Uomini e donne che non vogliono ammettere i propri fallimenti, giustificandosi con un “ci sarà un’altra occasione” e che accantonano quella sensazione – che comunque hanno – di essere loro gli artefici del proprio fallimento, gettandola in un angolo e guardandola con la coda dell’occhio, coscienti che forse non avranno mai il coraggio di affrontarla ma che lei per questo resterà sempre presente.

Un romanzo che si legge velocemente proprio perché quell’elemento disturbante che ci fa desiderare di allontanarlo da noi è nello stesso tempo quello che ci impedisce di mollarlo.

Gravesend, William Boyle, Minimum Fax

In realtà si chiamano Tim e Jake i due fratelli. E’ una storia il cui ritmo incalzante è pieno di momenti di intimità che non sono “raccontati” da lunghe conversazioni, ma colti nei gesti, in pensieri improvvisi, in ricordi appena accennati, come flash, e che risvegliano nel lettore tutto il mondo affettivo di una famiglia. Non necessariamente, o non solo, quella dei due protagonisti, ma di quello che normalmente è una famiglia. La storia potrebbe anche sembrare assurda e inverosimile nella sua eccentricità, ma per il lettore questo aspetto passa in secondo piano, o forse nemmeno esiste. Sono i dialoghi, le espressioni facciali, le fotografie della memoria, che ne fanno una storia assolutamente plausibile. Perché leggendo il romanzo non aspettiamo solo di capire che fine faranno questi due uomini e il “loro” cavallo, aspettiamo proprio di sentire i loro scambi, di vedere le loro facce, di leggere le loro reazioni emotive ai fatti.

La bravura di Keevil sta nel raccontare un’ottima storia ma di farci innamorare di due personaggi nella cui psicologia l’autore entra in modo così perfetto e umano da farci pensare che ogni azione, ogni reazione dei due uomini, non avrebbe potuto essere diversa, comunque la si voglia guardare.

PONCHO E LEFTY, Tyler Keevil, Jimenez edizioni

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